L’approccio disruptive e AI etica: i trend del tech ridisegnano il lavoro

L’approccio disruptive e AI etica: i trend del tech ridisegnano il lavoro

Il vantaggio competitivo delle aziende è determinato sempre di più dalla capacità dei propri leader di dotarsi della tecnologia più avanzata ed efficace.

Inserito 23 marzo 2022

Il vantaggio competitivo delle aziende è determinato sempre di più dalla capacità dei propri leader di dotarsi della tecnologia più avanzata ed efficace. Se qualche anno fa era ancora possibile operare un distinguo tra la corporate e la technology strategy, questo confine è oggi del tutto scomparso.

Lo sanno bene i leader delle principali aziende al mondo: in un sondaggio realizzato da Deloitte[1] e Wall Street Journal Intelligence, emerge che per il 40% dei CEO il ruolo del CIO è decisivo proprio nella definizione della business strategy dell’azienda.

Ed è proprio sulla costruzione e sullo sviluppo della strategia aziendale che la tecnologia ambisce ad avere l’impatto maggiore: «I leader delle aziende hanno capito che, grazie all’introduzione dei mezzi tecnologici, possono trasformare l’implementazione della strategia da un’attività statica, che richiede molto tempo per essere eseguita, in un processo maggiormente dinamico, che riesce a tenere conto più agevolmente dei cambiamenti repentini del mercato e adattarsi di conseguenza», spiega Lorenzo Selmi, Director Engineering & Manufacturing | Professional Recruitment di Badenoch + Clark e Spring Professional.

Le novità tecnologiche che costituiscono il presente e il futuro della vita aziendale, dall’intelligenza artificiale alla realtà virtuale, fino al cloud come abilitatore di processi più agili e veloci, devono lavorare in sinergia per offrire ai leader informazioni che, da un lato, migliorino la qualità delle decisioni strategiche, e, dall’altro, li aiutino a monitorare i risultati delle proprie azioni:

«Questo può avvenire solo se si rema in un’unica direzione. Il CEO ha il compito di aiutare il CIO a essere sempre più addentro alla corporate strategy e deve avere, inoltre, il coraggio di investire in un portfolio di tecnologie, tra quelle già consolidate e altre più emergenti. Insieme, queste due figure devono poi valutare man mano se l’implementazione di tali tecnologie ha apportato un reale valore all’azienda», continua Selmi.

Lo sviluppo di una strategia è solo uno dei campi nel quale il tech, quando introdotto nei processi aziendali, può fare la differenza.

La creazione di un ufficio digitale (il digital workplace), i processi di recruiting (con un’attenzione particolare all’automazione delle strategie di inclusione), fino agli strumenti per rendere personalizzata l’attività di formazione, sono esempi di come la tecnologia possa accrescere la qualità di vita nell’ambiente di lavoro (sia sul posto che da remoto), facilitare la collaborazione e superare la sfida più ardua per ogni leader, ossia, trovare il giusto abbinamento tra strategia aziendale ed execution.

AI (ma etica) per il talent management

Molte organizzazioni stanno adottando politiche di Diversity & Inclusion al proprio interno poiché sono consapevoli dell’impatto positivo che un ambiente di lavoro eterogeneo ha sulla crescita delle performance aziendali e sulla creatività. La tecnologia può contribuire in modo determinante a vincere la sfida complessa delle strategie DEI sviluppate dagli HR manager. Soluzioni di intelligenza artificiale e machine learning possono infatti aiutare le aziende a superare i bias cognitivi e a creare un ambiente di lavoro più inclusivo, produttivo e meritocratico[2].

I sistemi di intelligenza artificiale, in particolare, hanno un ruolo importante perché consentono di effettuare previsioni sul comportamento futuro di un candidato e sulle sue performance, andando a catturare dettagli che potrebbero sfuggire all’occhio umano, integrando così i metodi di recruitment più tradizionali e manuali, basati esclusivamente sullo screening dei curricula, sui referral e sui colloqui di lavoro.

I sistemi di oggi, già usati da diverse aziende, si fondano su modelli che vengono creati raccogliendo dati da collaboratori o manager definiti come “high performer”, per poi realizzare software che puntino a diminuire e a rendere più efficiente l’abbinamento tra la posizione da coprire e il talento sul mercato:

«Per usare una metafora, nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale nel recruiting ci troviamo ancora nella fase “dial up”. Il “5G” deve ancora affermarsi, eppure il futuro prossimo si muoverà in questa direzione. Le sfide, tuttavia, sono tante e riguardano soprattutto l’inserimento e la scelta delle fonti da cui provengono i dati che alimentano il sistema, che non devono essere affetti da bias. Per esempio: se i top performer scelti come modello sono unicamente maschi bianchi, tale modello funzionerà paradossalmente peggio rispetto a sistemi più manuali, creando ambienti di lavoro sempre più omogenei», avverte Selmi.

I pericoli riguardano soprattutto il campo dell’etica: la scelta dei dati, ma anche la trasparenza sul loro utilizzo (si pensi per esempio ai dati relativi a malattie fisiche o mentali).  L’AI cambierà davvero il settore del recruiting, dunque, se sarà etico l’approccio alla sua base.

La realtà virtuale potenzia la formazione

L’industria della realtà virtuale ha superato i confini del gaming per entrare con forza anche nel mondo del lavoro. Non è un caso che uno dei principali player del settore, Oculus, abbia creato una linea “business” dedicata proprio alle imprese.

I leader delle aziende hanno compreso i benefici dell’esperienza immersiva che la realtà virtuale comporta, specie nel campo della formazione di manager e collaboratori. Secondo uno studio di PWC riportato da Forbes[3], i dipendenti di un’azienda sottoposti a un corso formativo in VR potenziano le proprie soft skill a una velocità quadrupla rispetto a chi partecipa a corsi tradizionali. Nello stesso studio, si evidenzia che i corsisti VR mostrano di essere quattro volte più concentrati rispetto ai colleghi che praticano sessioni semplici di e-learning:

«Studi come questo supportano la tesi dell'introduzione della VR in azienda. In un ambiente virtuale, l’esperienza tende a essere più impattante e consente agli studenti di assorbire concetti e comprenderli a un livello più profondo. Inoltre, in un ambiente virtuale ci sono meno interruzioni e gli scenari proposti hanno il potenziale di occupare pienamente l’attenzione degli studenti», sottolinea Selmi.

Come per l’intelligenza artificiale, per godere a pieno dei vantaggi di questo strumento (non solo nella formazione, ma anche nel facilitare l’onboarding oppure nel “ridurre” le distanze nei meeting da remoto) occorre fare attenzione alle tante sfide che l’adozione della realtà virtuale comporta:

«C’è il nodo privacy, legato alla grande mole di dati che l’uso di questi strumenti sono in grado di catturare sul comportamento dei corsisti, i fraintendimenti che possono nascere nei collaboratori che rischiano di considerare il mezzo come uno strumento alla moda, defocalizzandosi dal contenuto della formazione, o ancora i pericoli di quella che viene definita “virtual fatigue”, che può complicare le condizioni fisiche di chi già è affetto da patologie», evidenzia Selmi.

L’affermazione del digital workplace

La tecnologia divide, quindi. Lo dimostra bene il dibattito in atto tra i fautori dello smart working e gli imprenditori che preferiscono invece tornare a un modello più tradizionale di organizzazione aziendale.

Eppure, la storia dell’innovazione ha dimostrato che è difficile tornare indietro, una volta che una strada, un’opportunità è stata sdoganata. Lo smart working diventa la leva per studiare i nuovi modelli organizzativi dell’ufficio, in una struttura ibrida del lavoro. I dati che i collaboratori da remoto generano possono essere sfruttati dall’azienda per aumentare l’attrattività degli ambienti di lavoro, che diventano sempre più spesso spazi digitali, digital workplace. Per capire l’ufficio del futuro, dobbiamo immaginare la stessa rivoluzione che è avvenuta nel retail, con la volontà delle aziende di creare connessioni sempre più frequenti tra esperienze di vendita digitali e fisiche:

«L’ufficio non morirà mai, ma non tornerà alla sua forma originaria. Quello che è affascinante è la trasformazione che sta avvenendo da “spazio in cui si lavora” a luogo in cui le persone si incontrano, socializzano e si connettono. Gli strumenti tecnologici, come la realtà aumentata e virtuale, creano spazi nei quali si riducono le distanze tra i lavoratori in loco e quelli da remoto, favorendo così la collaborazione, lo scambio di idee anche tra talenti che vivono in Paesi diversi», spiega Selmi.

L’approccio disruptive al tech

L’introduzione della tecnologia nei processi aziendali sta conducendo i manager verso un approccio più disruptive. Gli strumenti tech non vengono più visti solo come dei canali per incrementare i numeri del proprio business, ma come uno strumento per ridisegnare la propria organizzazione, rendendola più agile, inclusiva e sostenibile, per occupare spazi da pionieri nel proprio mercato:

«I manager più sensibili stanno superando un mindset convenzionale nella propria concezione della tecnologia. Ragionano in modo laterale per comprendere come le innovazioni possano creare nuovi bacini di consumatori, come è successo nel fintech con gli unbanked, e come trovare soluzioni alle grandi sfide sociali, dall’ambiente, alla povertà, alla salute», conclude Selmi.

[1] https://www2.deloitte.com/content/dam/insights/articles/6730_TT-Landing-page/DI_2021-Tech-Trends.pdf

[2] https://amzn.to/3bY9lnw

[3] https://www.forbes.com/sites/forbestechcouncil/2021/04/06/emerging-virtual-reality-trends-for-workplace-training/?sh=33a48b615b2c

 

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